rassegna di voci

Letture varie utili ai naviganti

Sommario (ordine cronologico )
1 Il catalogo degli sconfitti. di Umberto Eco
2 L'effetto referendum puo' cambiare Palermo .di P Gianni Notari SJ
3 Note per un approccio al bilancio partecipativo.A  cura  del dr Vincenzo Raieli
4 ...e un esempio di applicazione
5  Alleluia.L'Italia  s'e' desta?di  don Paolo  Farinella
  (ins 8 10 11 ) 
6  Un progetto politico nazionale per i movimenti ?
(dal sito del  movimento civico italiano)
7  Antipolitica ?
8  Armamenti e  welfare .P Zanotelli
9  Teorie: una immersione nella  decrescita.La  visione  del prof.  M Pallante
10 Problemi e studi : Infrastrutture viarie  a  Palermo
11 La PAlermo possibile.P G Notari SJ
12 Palermo piu' .Conferenza  stampa 1 ottobre 2011.Presentazione  P G Notari SJ
13  Il libro:   Vita Activa -   La condizione umana di Hannah Arendt
14  Il libro:Salviamo l'Italia.Intervista  all'autore P Ginsborg
15   CAttolici e  politica. di Enzo Bianchi  (ins 5 11 2011)
16 Educare alla  pace,alla legalita' ,alla  socialita'. Note della  CEI . ( aggiunto 7 11 2011)
17  (a) (b) CAttolici  e politica:Voci e  controvoci da Todi .DA  "ADISTA  "
18  Sviluppo  nella solidarieta' .Chiesa italiana e mezzogiorno.CEI 1989

19   http://www.albasoggettopoliticonuovo.it/2014/01/firenze-non-e-una-merce-l-gallino-il-dominio-della-finanza-lattacco-alla-democrazia/

20  http://vociattive.blogspot.it/2014/02/un-testo-per-comprendere.html

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Interessante articolo di Umberto Eco per Liberta' e' Giustizia:

- Libertà e Giustizia - http://www.libertaegiustizia.it -
Il catalogo degli sconfitti
di Umberto Eco, 2 luglio 2011

http://www.libertaegiustizia.it/2011/07/02/il-catalogo-degli-sconfitti/



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Articolo di P Notari SJ

L’EFFETTO REFERENDUM PUO’ CAMBIARE PALERMO

http://www.siciliademocratica.it/?p=44

(articolo pubblicato su “La repubblica- Palermo” il 19/6/2011)





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Note per un approccio al concetto di bilancio partecipativo1
A PROPOSITO DI:
Che cos'è il bilancio partecipativo.  A cura  del  dr  Vincenzo Raieli
Giovanni Allegretti, uno dei maggiori esperti in materia definisce il bilancio partecipativo
come un "processo decisionale che consiste in un'apertura della macchina istituzionale alla
partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell'assunzione di decisioni sugli
obiettivi e sulla distribuzione degli investimenti pubblici".
Il bilancio partecipativo è dunque un processo volontario, non previsto da leggi, che le
amministrazioni mettono in essere per condividere con i Cittadini e tutti i portatori di
interesse presenti in un territorio (associazioni, imprese e altri enti) le scelte di ripartizione
delle risorse finanziarie destinate alla realizzazione di servizi e investimenti.
Attraverso incontri organizzati in gruppi tematici gli stakeholder (cittadini, associazioni e
altri enti) sono chiamati ad esprimere le loro preferenze sugli obiettivi delle politiche di
settore previsti nel bilancio. Gli incontri sono anche l'occasione in cui emergono esigenze che
gli stakeholder sentono come prioritarie per il miglioramento dei rapporti con l'ente, oltre
che un' occasione di raccolta di informazioni su possibili obiettivi futuri.
Il Bilancio partecipativo è quindi processo, strumento e spazio in cui si deve poter ricostruire
nel tempo e in maniera collettiva il concetto di "bene comune", trasformando le tensioni in
un progetto condiviso improntato al dialogo con le istituzioni. Prende forma di documento
contabile, ma è soprattutto il luogo dove cittadini e istituzioni costruiscono insieme la
gerarchizzazione delle priorità di spesa di un'amministrazione.
Alcune considerazioni a cura di Donatella Bruno Osservatorio Finanza Locale CGIL Roma e
Lazio
BILANCIO PARTECIPATIVO – BILANCIO PARTECIPATO
Nell’ambito della partecipazione sociale, la confusione regna sovrana e si tende
ad usare Bilancio Partecipativo e Bilancio Partecipato come sinonimi, mentre, come si
vedrà più avanti, sono concettualmente e metodologicamente diversi. Inoltre, la
terminologia appare, nella poca letteratura disponibile, instabile e incerta; è spesso
scambiato il Bilancio Partecipato con quello Partecipativo e viceversa. Si proverà, quindi,
a sistematizzare sia gli aspetti terminologici che quelli di contenuto.
Il Bilancio Partecipativo richiama alla memoria il concetto di democrazia
partecipativa, dove tutti i cittadini contribuiscono per via diretta. Ciò induce a dedurre
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che per partecipativo deve intendersi un bilancio che si forma per mezzo delle decisioni
assunte “direttamente” dai cittadini. Mentre, il termine partecipato attiene
principalmente al bilancio in quanto tale, come semplice premessa metodologica, e non
riferito al ruolo “diretto” dei cittadini, e, quindi, richiama il concetto di democrazia
rappresentativa, dove i cittadini partecipano “indirettamente” attraverso le loro
rappresentanze, politiche e sociali. In tale ultima fattispecie non è, in ogni caso, escluso
l’utilizzo di forme di consultazione che, al contrario, rappresentano il presupposto della
partecipazione.
Risolvendo così il problema terminologico, proviamo a dare una definizione delle
due tipologie di bilancio.
Bilancio Partecipativo
Iniziamo ad esaminare il Bilancio Partecipativo per primo, per due ragioni:
a) è quello che è apparso per primo nelle pratiche di partecipazione in Sud America;
b) è quello che maggiormente si caratterizza con la partecipazione diretta dei
cittadini.
Nel 1989, nello Stato di Rio Grande do Sul in Brasile, con capitale Porto Alegre, la
neoeletta amministrazione composta da rappresentanti del Partido dos Trabalhadores
(Partito dei Lavoratori) sperimenta una nuova e alternativa forma di costruzione del
bilancio, che coinvolge direttamente la popolazione locale: il 5% del bilancio del
Comune è messo a disposizione delle assemblee cittadini, appositamente convocate, e
delle organizzazioni non governative che decidono direttamente dove, come e quando
investire.
È importante sapere che le condizioni di partenza della municipalità di Porto
Alegre, erano quelle di forte concentrazione del potere, dilagante clientelismo politico e
corruzione che avevano portato a gravi deformazioni dell’azione amministrativa e alle
conseguenti ricadute sulla popolazione.
Il successo del Bilancio Partecipativo di Porto Alegre ha permesso, al Partido dos
Trabalhadores, di governare ininterrottamente la municipalità dal 1988.
Il Bilancio partecipativo si è diffuso in America Latina, in Europa e anche in Italia.
Attualmente circa 200 municipalità in tutto il mondo adottano, anche se in forme diverse,
sistemi di formazione dei bilanci basati su metodiche di partecipazione sociale.
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A questo punto è ragionevole porsi la domanda: perché tutto questo interesse
attorno a queste nuove forme di partecipazione sociale al bilancio preventivo di
un’Amministrazione pubblica?
Essenzialmente per tre motivi:
a) assicura consenso agli amministratori;
b) consente, almeno potenzialmente, di rispondere a bisogni e risolvere
problematiche particolarmente sentite con la priorità necessaria;
c) consente l’emersione di sofferenze nascoste.
Tentiamo anche noi di dare una definizione compiuta e soddisfacente di Bilancio
Partecipativo, particolarmente importante, perché, come già detto, la confusione
terminologica sopra accennata potrebbe sfociare in una confusione di contenuti che
non permetterebbe, a coloro che si occupano dell’argomento, di parlare la stessa lingua
e fa rischiare alle istituzioni di passare, con una certa disinvoltura, dalle motivazioni
funzionali e politiche alla moda e alla propaganda.
“Il Bilancio Partecipativo è un metodo di formazione del bilancio preventivo che richiede
la partecipazione diretta dei cittadini alla redazione di specifici capitoli di spesa nei limiti
di quanto appositamente stanziato dall’Amministrazione pubblica”.
Bilancio Partecipato
L’uso del participio come aggettivazione del sostantivo bilancio, già di per sé,
chiarisce sufficientemente l’accezione con la quale s’intende la partecipazione sociale
alla definizione del bilancio di previsione di un’Amministrazione locale. È il bilancio ad
essere partecipato, non è il cittadino, nella sua individualità, a partecipare direttamente
alla formazione del bilancio. Questa affermazione, in prima analisi, potrebbe risultare
incongruente dato che non può esservi atto partecipato senza partecipazione. Ma è da
considerare che esistono differenze importanti tra le diverse forme di partecipazione che
pure non ne attenuano il significato politico: la partecipazione diretta implica
l’espressione del singolo che compone, per somma algebrica, l’espressione collettiva,
mentre la partecipazione indiretta, sia per mezzo di una fase consultiva, sia attraverso la
mediazione dalle rappresentanze, sia con un momento consultivo ed uno, successivo,
mediato dalle rappresentanze, è in grado di costruire livelli di individuazione dei bisogni e
delle priorità in grado di considerare il conteso complessivo in cui opera e dal quale,
invece, si astrae la partecipazione diretta. Quindi, un bilancio che si forma sulla base di
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una larga consultazione dei cittadini e sulla mediazione dei soggetti collettivi
rappresentativi ed è una forma di partecipazione sociale, anch’essa compiuta.
Nel Bilancio partecipato, dunque, assume rilievo il ruolo degli stakeholder, intesi
come rappresentanze, che intervengono nella fase propositiva e in quella decisionale a
comporre interessi in prima approssimazione contrastanti.
A questo punto appaiono abbastanza chiari i termini essenziali e il profilo del
Bilancio Partecipato da poterne dare una sufficiente e intellegibile definizione:
“Il Bilancio Partecipato si sostanzia nella partecipazione popolare alle decisioni inerenti gli
interventi pubblici e si realizza attraverso incontri con la cittadinanza finalizzati alla
conoscenza del bilancio dell’Ente pubblico così come proposto e all’accoglimento, per il
tramite della mediazione dei soggetti dotati di rappresentanza politico-sociale, delle
istanze direttamente provenienti dai cittadini”.
Qualche sito per saperne di più
In Italia
Il Bilancio Partecipativo su Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Bilancio_partecipativo
Rete Nuovo Municipio
http://www.nuovomunicipio.org



4 .....e un esempio di applicazione concreta

Più informazioni su: Capannori, democrazia diretta, toscana
Nel paese della democrazia diretta
Capannori, dove a decidere sono i cittadini

La giunta di Giorgio Del Ghingaro, eletto con il centrosinistra, ha infatti deciso di stanziare 400mila euro e sarà una commissione scelta “dal basso” a stabilire in quali progetti investire
E’ più urgente riasfaltare la strada, costruire il parco giochi o sistemare l’illuminazione pubblica? A Capannori, in provincia di Lucca, lo decidono i cittadini........

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/30/nel-paese-della-democrazia-diretta-capannori-dove-a-decidere-sono-i-cittadini/161169/




5«DON PAOLO FARINELLA – Alleluia! l’Italia s’è desta? 
 da Micromega
A quanto pare la Madonna è giusta. Per il rotto della cuffia al tramonto del mese di maggio, mai notizia fu più cara al mio cuore di italiano, cattolico e «uomo senza cervello». Che bella l’Italia senza cervello! Sarà ancora più bella, senza Berlusconi e i suoi compagni di merenda! Come sono felici i senza cervello che hanno stravolto la panoramica di Milano, Napoli, Cagliari Trieste, Novara ecc. ecc. ecc. ecc. Mettere la prima pietra non significa però avere costruito il palazzo, ma certamente essere artefici del nuovo tempo. Si narra che un filosofo greco dell’antica Grecia, passeggiando per Atene vide un cantiere di operai e chiese al primo che scalpellava una pietra: «Buon uomo, cosa stai facendo?». Lo scalpellino, senza nemmeno alzare la testa dalla pietra, rispose: «Non vedi? Sto scalpellando una pietra!». Il filosofo andò più avanti e vide un altro scalpellino che faceva lo stesso identico lavoro del primo e gli chiese: «Cosa stai facendo?». Lo scalpellino, alzando gli occhi gonfi di emozione verso il filosofo, lo fissò e scandì solenne: «Sto costruendo il Tempio!».


http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/05/31/don-paolo-farinella-alleluia-litalia-se-desta/




6 UN PROGETTO POLITICO, CIVICO E DEI MOVIMENTI
Introduzione all’Incontro Nazionale delle reti civiche e dei movimenti
Bologna 15 maggio 2011
Viviamo in un mondo dominato da un modello economico e sociale improntato su una produzione e un consumo sfrenati di beni che ha messo in crisi la vita di milioni di persone e sta minando gli equilibri naturali dell’ambiente.
La stessa logica muove guerre e conflitti sempre più cruenti e sanguinari.
Questo sistema di vita concede lo spreco solo a una minima parte “privilegiata” degli abitanti del pianeta.
Arrestare questa marcia suicida significa affrontare la politica, l’economia e la cultura dominante da cittadini del mondo.
Una volta erano le ideologie e la loro forma organizzata in partiti e movimenti a dare voce agli individui portando alle popolazioni la democrazia, il benessere e il progresso.
Nel tempo, l’esercizio del potere, lontano dal controllo diretto dei cittadini, ha portato alla formazione di oligarchie e caste auto referenziali;

http://www.movimentocivico.it/donazioni/

7     Antipolitica? No, è ribellione

da L'Espresso


8    Altrachiesa
Manovra e spese militari, padre Zanotelli: “Perchè politici, vescovi e cristiani tacciono?”
da  Micromega

Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice
Sentinella, quanto resta della notte?
Isaia 21,11

di Maurizio Pallante e il Movimento per la Decrescita Felice


http://decrescitafelice.it/content/debiti-pubblici-crisi-economica-e-decrescita-felice



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Da  "Diritti negati"   giornale on line
Trasporti

Palermo degli anni 2000. Infrastrutture per la città del terzo Millennio

  P. Gianni Notari  SJ  :OGGI SI PRESENTA PALERMO PIU'

http://www.dirittinegati.eu/?p=5523
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Nelle condizioni di benessere economico e pace civile che ne è della libertà politica? Qual è lo spazio consentito a un agire politico che non sia solo angusta difesa degli interessi materiali o rituale comportamento elettorale? Domande fondamentali che l'autrice ha posto, più di trent'anni fa, in questo libro divenuto ormai un classico della filosofia del pensiero politico.
Spregiudicata analisi della società di massa, accorata denuncia della condizione dell'uomo contemporaneo condannato a una sostanziale solitudine. La Arendt anticipa la critica ecologica e denuncia un grave pericolo: l'"espropriazione del mondo" da parte dell'uomo moderno, prima corrode lo spazio politico e poi minaccia il cosmo naturale.
Hannah Arendt (Hannover 1906 - New York 1975), allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers, nel 1933 dovette emigrare in Francia a causa delle persecuzioni contro gli ebrei. Dal 1941 insegnò filosofia politica a Chicago e New Yorkhttp://www.dirittinegati.eu/?p=5523. Autrice di molti saggi ha dedicato i suoi studi alla politica, alla filosofia, alla storia della cultura ebraica e alla letteratura moderna.
                                                      VITA  ACTIVA
Intervista a George Kateb - George Kateb è professore di Politica e direttore del programma di Filosofia Politica, nonché direttore dell'University Center for Human Values della Columbia University.(dall' Enciclopedia multimediale delle  scienze filosofiche)
- Nella concezione della Arendt, di contro alle tenebre del totalitarismo c'è la luce della politica. Può spiegarci qual è il significato arendtiano della politica e perché questa si configura in due forme assolutamente diverse, una peggiore ed una migliore?
Nel 1963 Hannah Arendt pubblica due libri, La banalità del male e Sulla rivoluzione, l'uno sulla forma peggiore della politica, l'altro su quella migliore. Il tema della forma migliore della politica, comunque, si trova trattato in termini eminentemente filosofici anche in un’opera che precede di cinque anni Sulla Rivoluzione, e cioè nella fondamentale Vita activa: la condizione umana.
Verso la fine di Sulla rivoluzione, la Arendt riprende una citazione dal grande coro dell'Edipo a Colono di Sofocle, là dove si dice che la cosa migliore sarebbe non essere mai nati oppure morire giovani. Credo che sentisse quelle parole in prima persona e che le condividesse per il fatto di vivere nell'epoca del male totalitario. Hannah Arendt ha voluto dire che per lei, che è stata testimone della possibilità di simili mostruosità, sarebbe stato meglio non aver mai fatto quest'esperienza o non esserne mai venuta a conoscenza.
Dopo la citazione del coro, la Arendt aggiunge una considerazione che, da un lato, conferma ciò che dice Sofocle e, dall'altro, se ne discosta. Osserva, infatti, che se è il male della politica a rendere vere queste parole di Sofocle, allora dovrà anche esservi, nella politica stessa, qualcosa che le confuti. Sembra dunque che la strategia di pensiero adottata implicitamente dall'autrice sia la seguente: non si può cercare il rimedio a questo pessimismo in un ambito diverso da quello che determina il pessimismo stesso. Ed è attraverso questa strategia che la Arendt viene condotta a scorgere nell'ambito stesso della politica qualcosa che, nella sua perfezione, possa sovrastare l'orrore prodotto dall'attività politica nella sua forma peggiore. Se la politica genera la cosa peggiore della vita umana, ci deve essere anche una politica che generi la cosa migliore. Il rimedio va cercato dove si trova il veleno: credo che sia questo l'impulso che l'ha guidata a ricercare la politica nella sua forma migliore.
- Qual è il riscatto che può offrire la politica intesa nella sua forma migliore?
Hannah Arendt sostiene che la politica nella sua forma migliore è il discorso fra uguali. Essa è dunque un tipo di relazione fra uguali e cioè fra cittadini. In passato, gli eguali che entravano nella relazione politica erano solo uomini. Credo che, in generale, la Arendt vedesse la cittadinanza come qualcosa che riguardava gli uomini di sesso maschile. Lei riprende infatti il giudizio di Machiavelli secondo il quale essere virtuoso significa avere "virtù", ovvero eccellere ed essere valorosi: tutti questi termini rinviano alla parola latina vir, che significa "uomo".
La convinzione profonda della Arendt è che la cittadinanza, se rettamente intesa, può riscattare la vita dalla sua maledizione. Questa convinzione, a suo avviso, era condivisa dai greci, da Omero, Pindaro, Erodoto e Tucidide, ma non dai filosofi greci. Anche i greci fecero esperienza dell'orrore, pur non conoscendo il totalitarismo. Per essi, la sola cosa che poteva riscattare la vita dall'orrore era l'esperienza della cittadinanza, intesa quale relazione fra uguali, e cioè quale discorso appassionato fra cittadini che, a turno, parlano e ascoltano. L'oggetto di questo discorso è il bene comune, le circostanze che possono metterlo a rischio e determinarne la morte. Questa concezione della politica, secondo Hannah Arendt, è l'unica che offra una risposta al terribile pessimismo delle parole del coro dell'Edipo a Colono richiamate quasi in conclusione di Sulla Rivoluzione. Una simile ambizione nei confronti dell'attività politica può facilmente essere scambiata con una forma di "romanticismo" - inteso nel senso deteriore del termine -, con un atteggiamento donchisciottesco e folle. Forse è questa la ragione per cui gli studiosi inglesi sono così poco ricettivi nei confronti del lavoro della Arendt: essi non si aspettano molto da nessuna attività umana, meno che mai dall'attività politica.
- L’idea della cittadinanza quale rimedio al pessimismo generato dalla politica intesa nella sua forma peggiore esercita un grande fascino. Ma la storia umana offre degli esempi in cui la cittadinanza si sia concretamente realizzata?
In Vita activa, Hannah Arendt individua nelle città greche gli esempi concreti e le forme più alte di cittadinanza. E' soprattutto Atene ad offrire uno stile di vita incentrato sull'esperienza della cittadinanza. Ogni cittadino ateniese, in prima persona e non attraverso la rappresentanza, quando si presentano situazioni di grave rischio e pericolo, si reca nell'agorà e discute delle questioni più alte, nel linguaggio più brillante ed elegante, impegnandosi poi a mettere in pratica quanto è stato detto. Nel libro Sulla rivoluzione, la Arendt scorge poi nelle situazioni rivoluzionarie un'ulteriore manifestazione spontanea della cittadinanza. Viene indicata, ad esempio, la riscoperta americana della "felicità pubblica". Nei congressi, e quindi nei gruppi e nelle assemblee che fecero la rivoluzione americana; e ancora nel corso della generazione successiva, quando fu istituito il governo e fu redatta la Costituzione degli Stati Uniti: in tutti questi casi, si fece l'esperienza della cittadinanza. Questa esperienza si ripeté nel primo periodo della rivoluzione francese, in particolare dal 1789 al 1790. Da quel momento in poi la cittadinanza subisce un processo costante di erosione sotto l'inesorabile incalzare della necessità. Essa riappare fugacemente nei primi Soviet nel 1917 nonché nei consigli della rivoluzione ungherese del 1956. E' inoltre interessante notare come la Arendt, vissuta in America negli anni sessanta, trovasse un'ulteriore manifestazione del fenomeno della cittadinanza, proprio in ciò che stava avvenendo in quegli anni, nella politica dei movimenti statunitensi per la disobbedienza civile, per i diritti civili, per la pace e nel movimento studentesco. Se avesse vissuto l'era di Gorbaciov, se avesse fatto esperienza delle spinte democratiche sorte in Unione Sovietica, nella Germania dell'Est, nella Cecoslovacchia, nella Polonia e nell'Ungheria ne avrebbe parlato in modo analogo. Questi eventi, infatti, sono stati caratterizzati dall'impulso alla libertà, dal confronto sul bene pubblico, dalla liberazione dalle catene, dal silenzio e dalle tenebre. Nell'esperienza necessariamente breve di libera espressione della protesta, in questi eventi e nel modo in cui sono stati descritti da persone come Vaclev Havel e Lech Walesa, Hannah Arendt avrebbe trovato una conferma alla sua convinzione riguardo al fatto che gli uomini, quando hanno la possibilità di fare politica, non trovano nulla nella vita che abbia altrettanto valore. Tutto ciò ha confermato la sua idea che solo la politica può compensare il male del totalitarismo. Hannah Arendt è una teorica del valore intrinseco della politica, della grandezza della pari cittadinanza.
- Professor Kateb, può indicare, in conclusione, come può essere caratterizzato, a livello strettamente individuale, il vissuto della cittadinanza e com’è possibile collegare questo vissuto a qualcosa che è evidentemente più generale, che ha un valore intrinseco?
In Vita activa - il suo libro più "greco" - Hannah Arendt cerca di spiegare sotto il profilo filosofico che cosa significhi la cittadinanza per coloro che ne fanno esperienza. Mostra come l'essere un cittadino consenta di farsi conoscere dagli altri in un modo che non ha eguali in nessun'altra circostanza, in nessun'altra relazione umana. Noi non possiamo conoscere noi stessi; possiamo solo essere conosciuti dagli altri e conoscere gli altri dal modo in cui essi ci conoscono. Secondo la Arendt, soltanto le parole dette sul bene pubblico, in condizioni di estremo rischio e pericolo, rivelano il nostro io. Non si raggiunge il proprio e autentico io, se non si è liberi di esprimersi in occasioni pubbliche di grande rilievo: credo che sia questo, per Hannah Arendt, il nucleo esistenziale del valore della cittadinanza. Tutto ciò si collega in qualche modo con l'opinione di Machiavelli circa il valore intrinseco dell'attività politica. Ovviamente, la tesi di Machiavelli non è affatto quella della Arendt, ma ci sono in ogni caso dei punti di contatto, delle somiglianze.

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Il Libro



Salviamo L'Italia.    :Intervista all'autore: P Ginsborg  (storico)
http://confini.blog.rainews24.it/2010/10/21/salviamo-litalia-intervista-allo-storico-paul-ginsborg/





15  CATTOLICI E  POLITICA


Un interessante e  attualissimo dibattito e' quello che di questi tempi  ripercorre  e  cerca  di ridefinire ,poiche' molti ne avvertono l'urgenza e l'esigenza, i rapporti tra vita  cristiana  e politica,soprattutto nelle possibili declinazioni che il tema offre  nel  particolarissimo quadro italiano.

Voci Attive  professa la propria rispettosa laicita'.In proposito crede  che la  laicita'  della  politica possa essere conservata e  garantita anche se questa e' permeata da valori di ispirazione,e ove i singoli riescano a  proporli e testimoniarli li accoglie  come  ricchezza.  

Questo contributo alla  riflessione che proponiamo in link qui di seguito e' tratto  da un intervento  di un gigante della  spiritualita' :Enzo Bianchi,priore delle  comunita' di Bose.

Buona lettura

Redazione Voci attive

http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-risveglio-dei-cattolici-nellitalia-malata/


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EDUCARE ALLA PACE ,ALLA  LEGALITA',ALLA  SOCIALITA' .Note  della  CEI


Nota  della  redazione di  Voci Attive
Sono difficilmente raggiungibili le vette di umanesimo  laico  e spirito civico raggiunte  in questi documenti della  chiesa cattolica ,sempre piu' attuali nonostante la  relativa  datazione.
Buona lettura


http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2010-12/22-36/Educare%20alla%20legalita.pdf

http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2010-12/22-36/Evangelizzare%20il%20sociale.pdf

http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2010-12/22-36/Educare%20alla%20pace.pdf


17     (a)


UNITÀ SOLO NELLA DIVERSITÀ
IL CATTOLICESIMO DEMOCRATICO SI INTERROGA SUL DOPO TODI




 36374. ROMA-ADISTA. A Todi una road map per la costruzione del partito dei cattolici non è stata tracciata. Dietro le uniche due certezze emerse finora, ciò che la gerarchia ecclesiastica ha definitivamente “scaricato” Berlusconi, ma che essa resta saldamente collocata nell’ambito del centrodestra, restano tutte le incertezze su cosa avverrà nei prossimi mesi. In questo percorso tentano oggi di inserirsi anche quegli esponenti ed intellettuali cattolici progressisti rimasti ai margini dell’assise di Todi che, a differenza dei partecipanti che invocano una nuova unita'dei cattolici in politica, rivendicano con forza l’autonomia di potersi collocare nei partiti e schieramenti esistenti.
Il priore della comunità di Bose Enzo Bianchi, su Repubblica (22/10), sottolinea che, se a Todi è emersa con chiarezza l’opportunità di «abbandonare la strategia adottata in questi ultimi vent’anni», lo si e'fatto senza che la gerarchia abbia sentito la necessita'  di «confessare gli errori compiuti, senza assumersi nessuna responsabilita'», specie per aver contribuito ad impoverire il tessuto ecclesiale, a causa dell’«esposizione diretta avuta da alcune figure della Chiesa» a danno delle comunita'cristiane, che si sono confinate in un ruolo di retroguardia.
Si spinge un po’ piu'Franco Monaco su Europa (20/10). Dopo aver anch’egli invocato «un onesto, spassionato bilancio, un’accurata, precisa disanima della malattia» che vive il Paese rispetto alla quale la Chiesa non puo'chiamarsi fuori, l’ex presidente della Ac ambrosiana dice chiaramente di ritenere che «taluni esperimenti», come «l’Ulivo di Prodi nel quale fu decisivo il protagonismo di cattolici attivatisi in autonomia, senza imbeccate dall’alto, fossero decisamente piu' avanzati di talune generiche velleita' coltivate oggi». Il riferimento, ovviamente,  a Todi, cui Monaco imputa, tra l’altro, l’indeterminatezza della prospettiva politica e una «malcelata regia ecclesiastica». Sempre su Europa (20/10) il direttore del Mulino, Luigi Pedrazzi, legge l’incontro di Todi in una prospettiva piu' ottimista: anche se l’evento e' nato «da una sia pure tardiva presa di parola giusta» in «una Chiesa rimasta sapiente e tuttavia troppo a lungo silente», ora dobbiamo «festeggiare», sperando che «chi, per metodo ed esperienza storica, crede nella partecipazione, ascolti e si impegni nella riflessione che ne possa conseguire».

Anche Francesco Paolo Casavola (Mattino 18/10) invita a non confondere «l’appartenenza alla Chiesa con una scelta di partito»: i cattolici, scrive, devono farsi guidare dai valori della dottrina sociale, «in una declinazione tuttavia non dogmatica e monocorde, ma pragmatica e pluralistica».
Rimasti spettatori degli incontri degli ultimi mesi sotto egida Cei o Segreteria di Stato, cui non sono stati invitati a partecipare, i parlamentari cattolici che in politica hanno scelto con nettezza il centrosinistra cercano ora di intervenire nel processo apertosi a Todi: come Mimmo Luc�, leader dei Cristiano Sociali nel Pd, che sull’Unita' (20/10) rivendica il ruolo di quei cristiani «attivamente impegnati nel riformismo democratico», che oggi devono lavorare per «rilanciare un dialogo fecondo, sui contenuti concreti», con le tante «energie positive» emerse a Todi.
La road map per un nuovo cattolicesimo democratico in politica cerca di tracciarla il direttore di Aggiornamenti Sociali, il gesuita p. Giacomo Costa, nell’editoriale che apre il numero di novembre: «Il “dilemma” tra promuovere un organismo prepartitico, oppure un vero e proprio partito, oppure ancora rimanere nella dispersione delle varie forze politiche esistenti – scrive p. Costa – appare quanto meno relativo, se non addirittura una domanda mal posta o secondaria». I cattolici sono chiamati piuttosto alla «testimonianza di un rapporto con il potere radicalmente diverso da quello mondano». Ma non e'facile: «La tentazione di affermarsi con la forza e' sempre in agguato, accreditandosi come l’unica strada per incidere socialmente e politicamente e legittimando quel sottofondo costantiniano di alleanza tra trono e altare che ci ha accompagnato anche in anni recenti. Ma e' proprio vero, o ci appare tale perche' non siamo altro che “gente di poca fede” (Mt 8,27)? Rinunciare a percorrere questa strada porta con se' il rischio dell’insignificanza e della marginalita'politica, ma anche l’opportunita' di riuscire effettivamente a comunicare la forza trasformatrice del Vangelo e di essere molto piu'credibili e autorevoli come politici».
Resta forte il dubbio che, nella prospettiva della gerarchia cattolica, ci sia spazio per un cattolicesimo politico che guarda a sinistra. A meno che, lo scrive Sergio

Soave su Avvenire (2/11), il Pd non apra a progetti come quello di Matteo Renzi: la scelta e' «tra il carattere inclusivo che consegue dal riconoscimento leale del pluralismo interno e il ritorno a vecchie pratiche centralistiche in cui invece della competizione valeva il principio della cooptazione o dell’esclusione». Come e' avvenuto in tempi recenti, ricorda Soave, con diversi esponenti cattolici, che alla fine dal Pd sono usciti. (valerio gigante)
17  (b)



TUTTI UNITI, MA PER FARE COSA?
GLI INTERROGATIVI DEL DOPO TODI



36351. TODI-ADISTA. Non è chiaro quale forma assumerà il rinnovato impegno politico organizzato dei cattolici di cui si parla con insistenza dall’inizio dell’estate (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65, 70, 71 e 76/11), in ogni caso ci vorrà ancora parecchio tempo per capirlo. Da Todi, infatti – dove lo scorso 17 ottobre, nel convento di Montesanto, si è svolto il seminario “La Buona politica per il Bene comune”, promosso dalle 7 associazioni del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori), a cui hanno partecipato diversi esponenti di peso del mondo cattolico, provenienti dall’università (fra cui i fedelissimi di Ruini, Lorenzo Ornaghi e Vittorio Parsi, della Cattolica di Milano), dell’associazionismo (Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito e altri) e della finanza (come l’ad di Intesa San Paolo, Corrado Passera) –, tutti si sono trovati concordi sul fatto che «le elezioni anticipate sarebbero la soluzione peggiore» perché, in tal caso, non ci sarebbe il tempo per mettere a punto il “soggetto cattolico” di cui, in maniera piuttosto caotica, oscillando fra lobby bianca e partito dei cattolici, si parla da mesi.
Il governo di Silvio Berlusconi è stato nuovamente bocciato: lo ha fatto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni nelle conclusioni dell’incontro («Ci vuole un governo più forte, questo non va bene, non è adeguato per il bene del Paese») e il quotidiano della Cei Avvenire che, l’indomani, ha titolato a tutta pagina: «Serve un governo nuovo e più forte». Tanto che Berlusconi si è dovuto affrettare prendere le distanze: «Secondo certi giornali, il card. Bagnasco avrebbe presieduto un convegno destinato a dare una spallata al governo e impostare una politica in senso neodemocristiano e terzopolista. È il contrario della verità. Il convegno è stato introdotto da uno splendido discorso del capo dei vescovi italiani in cui era esplicitamente e reiteratamente affermato che qualunque impegno dei cattolici deve fondarsi sui principi e sui valori in cui essi credono, a partire dai diritti non negoziabili della persona predicati con forza e intelligenza dalla dottrina della Chiesa», ha dichiarato il premier in una nota.
Ma se a Todi non è stato bocciato il centro-destra, anche per l’ossessiva insistenza sui «valori non negoziabili», soprattutto non è risultato chiaro cosa si intenda fare nel prossimo futuro, anche perché le opinioni sono diverse: Carlo Costalli (Mcl) e Luigi Marino (Confcooperative) – sostenuti anche da Ornaghi e Passera – sembrano spingere per il partito, Acli e Compagnia delle Opere invece frenano. Meglio quindi aspettare e vedere cosa succederà. Anche perché è stato lo stesso presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, a cui era stata affidata la relazione di apertura, a fare marcia-indietro rispetto alla Prolusione al Consiglio permanente della Cei di fine settembre: in quell’occasione – quando aveva anche “scaricato” Berlusconi, i cui comportamenti «ammorbano l’aria» – aveva parlato un «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, promettente grembo di futuro», a Todi invece ha detto che «la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica».
Dopodiché, nel suo ampio intervento, Bagnasco ha parlato quasi esclusivamente dei «valori non negoziabili», come unica “stella polare” del nuovo soggetto. Un modo, nemmeno troppo mascherato, per piantare rigidi paletti non solo a sinistra, ma anche nei confronti del mondo cattolico-democratico. «La sensibilità generale è puntata in modo speciale sull’uomo nello sviluppo della sua vita terrena, e quindi sulle vie migliori per assicurare giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace», ha detto Bagnasco. «Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco», ovvero «le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”». «Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità», «per questa ragione – ha concluso il presidente della Cei – non sono oggetto di negoziazione».

Partito o lobby che sarà, è chiaro che il programma – dettato direttamente dalla presidenza della Cei – è questo, come conferma anche il portavoce del Forum, Natale Forlani: «Questi principi irrinunciabili stanno alla base di ogni necessaria politica sociale. Che poi disegna il futuro, in maniera però piuttosto fumosa: «Non vogliamo fare un partito, non siamo costruttori di partiti. Dobbiamo interagire con un processo politico composto da diverse fasi: la condivisione dei valori e la formazione dei programmi, l’espressione della rappresentanza politica, la presenza nelle istituzioni, la governabilità. E per influenzare l’insieme del processo politico è necessario organizzarci». Anche L’Osservatore Romano apprezza: a Todi è iniziato «un cammino verso una nuova stagione unitaria dell’impegno dei cattolici in politica», scrive il quotidiano vaticano (19/10), «per evitare che i cattolici possano ritrovarsi in una condizione di irrilevanza».
Ma non tutti, fra i cattolici impegnati in politica, ci stanno ad essere inglobati. «Dall’ampia informazione data in questi giorni sull’incontro di Todi si potrebbe dedurre che, nel convento di Montesanto, si sia raccolto, in una ritrovata unità, l’intero mondo cattolico», puntualizza Lino Prenna, coordinatore nazionale dei cattolici democratici di Agire politicamente. «In realtà, l’invito della Cei è stato rivolto ad una parte dell’associazionismo cattolico, prevalentemente di natura ecclesiale. Come sappiamo bene, quello che chiamiamo, con riduttiva semplificazione, “mondo cattolico”, ha un volto plurale: c’è, infatti, un “altro” cattolicesimo politico, non necessariamente minoritario, che non si riconosce nel percorso aggregativo avviato dalla Cei sin dal maggio scorso, e che continuiamo a denominare “cattolicesimo democratico” per distinguerlo, con la stessa terminologia usata da don Sturzo, dal cattolicesimo “conservatore”, clerico-moderato. Prendiamo atto che dall’incontro di Todi sia venuta, quale esito condiviso, l’intimazione di sfratto al presidente del Consiglio: è una buona notizia, anche se tardiva, soprattutto da parte di quelle associazioni e della linea stessa ufficiale della Chiesa cattolica italiana che, in questa lunga, sciagurata stagione berlusconiana, hanno sostenuto e favorito l’ascesa del cavaliere di Arcore». (luca kocci)



18  Sviluppo  nella  solidarieta'.Chiesa Italiana  e  Mezzogiorno 

       anno  1989

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